Chiunque la vede, quando libera le “sue” tartarughe nella spiaggia di Cala Madonna a Lampedusa, ne rimane incantato. Scalza, avvolta nei suoi lunghi capelli neri, la maglia da lavoro e un semplice paio di pantaloni. Appoggia sulla spiaggia, assieme ai volontari del centro che dirige, le sue piccole pazienti, oramai  guarite e pronte a riprendere la vita in mare aperto. Alcune timide, impaurite dalla folla che è accorsa a vederle. Altre più agitate, impazienti di riassaporare l’acqua salata, di sentire ancora una volta le onde accarezzare dolcemente le ruvide pinne.

Il respiro di migliaia di persone arrampicate sugli scogli si ferma, quando i gusci iniziano a correre per la spiaggia e raggiungono il bagnasciuga. Un velo lucido ricopre gli occhi degli spettatori quando l’ultima tartaruga, quella timida, dopo essersi immersa completamente nell’acqua, riaffiora con la testa, respira, si guarda attorno come per ringraziare, e scompare nel Mediterraneo.

Daniela sorride. Soddisfatta. È lei la fata di questo incantesimo. Biologa, nata a Pavia 44 anni fa da un pilota italiano dell’aeronautica e da una giovane ragazza francese, vive a Lampedusa dal 1993, dove gestisce il centro di recupero delle tartarughe Careta Careta, un ospedale dove le testuggini pescate in mare dai pescherecci vengono controllate, alcune curate e poi liberate.

Il tutto di tasca propria. Sì, perché Daniela Freggi è una volontaria e per mandare avanti il centro fa l’insegnate di matematica e scienze alla scuola media di Lampedusa. Nessun supporto dall’Unione Europea, nessun finanziamento statale, nessuna associazione che la mantenga. L’unico aiuto che riceve è quello dei giovani volontari che arrivano d’estate da ogni parte del mondo e l’aiutano a tenere pulito il centro, a dar da mangiare alle tartarughe, a raccogliere fondi, a dar le medicine agli animali che hanno subito un intervento. Non manca però anche il sostegno dei visitatori del suo ospedale, i turisti arrivati a Lampedusa credendo di trovare solamente i famosi nidi di tartarughe e sorpresi invece di vedere un centro di recupero, efficientissimo, che salva più di 500 esemplari all’anno grazie alla volontà, alla tenacia e alla straordinaria passione di una biologa che ha rinunciato a tutto per dedicarsi completamente alle sue testuggini.

Daniela arriva a Lampedusa per la prima volta nel 1990 per fare la volontaria in un progetto del WWF di salvaguardia e protezione dei nidi di tartarughe. Ma il lavoro non l’entusiasma. “Certamente è bellissimo vedere i gusci che si schiudono e i piccoli che vanno a mare”, spiega la biologa, “è una splendida istantanea che però non lascia nessuna speranza per la protezione della specie”. In ogni nido infatti nascono circa cento tartarughini, dei quali però ne diventano adulti uno o due al massimo. E questa cosa, a Danilea, non è mai piaciuta. “A cosa serve il mio aiuto, il mio pattugliamento, se poi la percentuale di sopravvivenza è così bassa?”. Così Daniela, nel tempo libero, inizia a frequentare il porto e a parlare con i pescatori.  “Passeggiando sui moli mi rendevo conto che nelle reti dei pescherecci, oltre ai pesci, c’erano anche delle tartarughe”.

I pescatori?

Sì. Loro gettano le reti in mare aperto praticamente ogni giorno. E in queste reti, oltre ai pesci, trovano anche le tartarughe, e non sanno cosa farsene. Chiaramente all’inizio lo scontro è stato notevole. Ero vista come l’ambientalista che vuol proteggere la natura a discapito degli uomini. Ed è stata molto dura perché i pescatori vedono le testuggini come una scocciatura, qualcosa di inutilizzabile e non capivano perché io le volevo proteggere. Ma non mi sono arresa. Continuavo a recarmi al porto, a chiedere se avevano pescato tartarughe e se me le potevano dare. Credo quindi che sia stata la perseveranza a far nascere questo luogo. Poi ho avuto la fantastica fortuna di conoscere la marineria di Mazara del Vallo, un circolo chiuso di un migliaio di famiglie che vivono in un mondo tutto loro. Sono stati i primi a capire molto bene il mio lavoro. All’inizio, quando trovavano nelle reti una tartaruga marina la buttavano via. Ora, quando arrivano al porto per scaricare il pesce, lasciano anche le tartarughe marine per me.

Quand’è stato l’anno in cui hai deciso di dedicarti solamente al recupero delle tartarughe?

L’anno decisivo è stato il 1996, in cui ho dovuto fare una scelta molto difficile. Grazie al lavoro di controllo delle deposizioni, la regione siciliana aveva finalmente istituito la riserva naturale nella spiaggia dei conigli dove ancora oggi le tartarughe marine depongono. Però non l’ha affidata a me, bensì a Legambiente. Erano anni che io operavo nel settore e che mi davo da fare per la ricerca e lo studio delle tartarughe. E sono rimasta a mani vuote. In quel momento mi sono detta: cosa faccio? Butto sei anni di lavoro di cui tre a pieno regime dove avevo deciso di trasferirmi definitivamente qui? Ed è stato allora che ho pensato che non c’era solamente la deposizione, anzi. Mi sono resa conto che era sempre più un lavoro di immagine e sempre meno redditizio per le tartarughe mentre sarebbe stato molto più interessante un ospedale dove curare e accogliere gli esemplari già adulti raccolti in mare aperto. E da lì ho cominciato a comperare la prima vasca, poi la seconda, poi l’attrezzatura per dare i punti agli animali feriti, poi le medicine. Il rapporto con la capitaneria marina era sempre più buono, tanto che in pochissimo tempo sono arrivata a ospitare più di 500 animali all’anno.

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Hai fatto una scelta non indifferente, hai deciso di vivere quella che oggi si chiama un’altra vita. Quanti anni avevi quando hai deciso di mollare tutto e dedicarti completamente alle tartarughe?

Avevo 32 anni, ho lasciato Roma dove studiavo per trasferirmi definitivamente qui. E proprio nella capitale ho iniziato a studiare le tartarughe marine, scoprendo tutti gli odi che questo animale si trascina.

Quali odi?

Nell’ultimo decennio sono stati stanziati molti soldi per le tartarughe che però non sono mai arrivati a chi veramente lavora per loro. Sono entrati nelle tasche di associazioni, comitati in difesa della natura e di molte fondazioni createsi in contemporanea con l’arrivo dei fondi. Basti pensare che il WWF dopo 25 anni che lavora in difesa della tartaruga marina lungo tutta la costa italiana non riceve ancora nessun finanziamento da nessuno e questo complica ancora di più le cose. Perché questo lavoro continua ad essere fatto grazie esclusivamente ai volontari.

Non sei d’accordo sull’utilizzo di volontari?

Il volontariato è sicuramente una bella cosa però impedisce anche di avere professionalità. I volontari sono persone che stanno già facendo altro, perché si devono in qualche modo mantenere. In questo modo però non mettono a disposizione tutto il loro tempo. Ho visto tanti miei colleghi, specialisti a livello mondiale, costretti ad andare a fare il medico scientifico, il direttore o comunque un’altra cosa perché basta sposarsi o desiderare di avere un bambino per arrivare a fare i conti con dure realtà e non continuare a giocare come praticamente sto facendo io. Perché è vero che la mia vita è faticosa, però è anche vero che io non devo rendere conto a nessuno e comunque se sono in ristrettezze economiche, lo sono per scelte che io ho fatto.

Sono tanti i volontari qui nel tuo centro…

Sì, soprattutto tanti giovani. Tutti parlano di una gioventù un po’ superficiale, un po’ edonista. Io penso invece esattamente il contrario. I volontari che vengono qua vengono a stancarsi. Dormono nelle tende perché non ho infrastrutture a mia disposizione per ospitarli adeguatamente, si alzano alle 5 della mattina, si coricano non prima delle 11 di sera e sopportano spesso la doccia fredda.

I volontari restano qui con te d’estate. Nel resto dell’anno il centro chiude?

No. Il lavoro viene svolto 365 giorni all’anno: d’estate con i volontari, d’inverno lo mando avanti da sola. Ci sono meno tartarughe e l’ospedale non è aperto al pubblico. Vengono solo i pescatori che portano le tartarughe.

Tornando a quello che dicevi prima, ossia che nessuno fa il volontario quando si trova a scegliere una professione per la vita…

Ovviamente…

Però tu hai scelto…

E spero che nessun altro la ripeta. Uno dei problemi che mi pongo spesso è che se io per qualsiasi motivo dovessi scomparire, cosa succederebbe di questo centro? Sicuramente chiuderebbe. Ed è giusto che sia così perché non credo sia corretto che un’altra persona deva interrompere la sua vita per portare avanti il mio ospedale. Non voglio far la vittima ma io vivo esclusivamente per il centro. Non ho vacanze, non ho famiglia, non ho la possibilità di frequentare la mia famiglia d’origine perché comunque non mi posso muovere o se lo faccio devo trovare sempre qualcuno che mi sostituisca, qualcuno che vada a prendere le tartarughe al porto, dia da mangiare a quelle che sono qui, controlli che ci sia sempre la luce e cambi l’acqua. Mi auguro che nessuno dopo di me debba fare quello che ho fatto io. A me è piaciuto farlo, non lo rimpiango ma non ho il desiderio che un’altra persona debba pagare così.

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Allora? Cosa vorresti per il futuro del tuo centro?

Voglio che vengano istituiti dei ruoli ben precisi: un direttore, dei veterinari stabili, una fondazione o comunque un finanziamento da parte delle autorità amministrative. Le tartarughe sono una specie che è considerata patrimonio naturalistico dell’Italia e allora lo Stato se ne deve far carico. Il lavoro che io svolgo qui viene commentato in tutti i simposi internazionali di tartarughe marine e gli americani, pur avendo un sacco di soldi, restano a bocca aperta. Di che cosa poi? Di una cosa fatta senza soldi. Non è corretto. Bastano 100 milioni l’anno e qui si fa tutto. È chiaro che chi lavorerà in questo centro dovrà dare massima disponibilità ma sapere di avere uno stipendio minimo garantito con cui poter vivere penso basti per lavorare tranquilli.

Non sei originaria di Lampedusa. Come ti trovi? Cosa ne pensi dei suoi abitanti?

Mi dissocio molto dal piagnisteo sociale che naviga sull’isola. Io sono la più povera e l’unica che non si lamenta: non ho casa, non ho famiglia e non ho stipendio fisso. Non ho ancora capito bene di cosa si lamentino. Perché non c’è l’ospedale? Anche a Roma volendo non c’è quando lo trovi tutto completo. Perché non ci sono certi tipi di scuola? Ma in realtà quanti vogliono veramente andare a scuola? Mi dissocio anche dalla corsa alla ricchezza che si disputa costantemente. Qui c’è una ricchezza sfrenata, senza cultura. Le tartarughe potrebbero attirare un altro turismo, quello delle scolaresche, degli universitari, dei ricercatori che potrebbero favorire lo scambio culturale. Ma bisogna offrire infrastrutture adeguate, centri di ritrovo adeguati e un’accoglienza adeguata. Qui c’è sicuramente una ricchezza economica notevole ma non c’è per niente la ricchezza interiore.

Però è un’isola solidale con i clandestini…

Qui non sappiamo nemmeno se arrivano i clandestini. Lo sanno i carabinieri, la finanza, la capitaneria di porto. Poi lo sanno gli stipendiati: grazie ai clandestini ci sono 20 posti di lavoro a 1800 euro al mese. E lo sanno tutti quelli che hanno delle forniture, come materassi, lenzuola, tute, spazzolini da denti, pane e pasta. Noi ne veniamo a conoscenza dalla televisione. Non li vediamo, non facciamo niente per loro. La vera solidarietà è stata data, in assoluto silenzio come spesso avviene, dalle persone che  non sono mai state nominate, cioè chi al mare lavora. Pescatori che con le loro barche si sono fermati per caricare sulle navi bambini, donne, anziani, o che hanno raccolto cadaveri in mare, perché non potete sapere quanti cadaveri mi hanno raccontato di vedere. Sono arrivati al punto che non li possono nemmeno più raccogliere perché questo significherebbe avere la barca ferma al porto tre giorni sequestrata dalla questura.

Daniela, com’è la tua vita privata?

La mia vita privata non esiste, non può esistere. Mi alzo alla mattina quando mi chiama il primo peschereccio con una tartaruga, verso le 4 e mezza. D’inverno devo tornare il più veloce possibile al centro per cambiarmi ed essere in tempo a scuola. Alle 14 vado velocemente a prendere le tartarughe arrivate al porto, poi  torno qui e inizio a pulire le vasche e gli animali. Spesso scrivo articoli scientifici o faccio traduzioni di francese per racimolare qualcosa. E poi torno al porto. Verso le 18 già qualche peschereccio rientra e devo andare a prendere qualche altra tartaruga. D’estate invece i ritmi sono più accelerati ma ci sono i volontari che mi aiutano. Cosa potrei offrire io ad una persona che mi sta a fianco? Che tempo gli potrei dedicare? Tre minuti al giorno? La mia vita privata forse è questa, sono i volontari e le tartarughe. Si creano degli affetti che diventano per me il motivo di continuare. I messaggi, le mail durante l’inverno. Sono loro la mia famiglia, sono le persone a cui voglio tramandare le mie passioni, a cui voglio lasciare un pezzo di ciò in cui io credo e che spero si porteranno con loro quando io non ci sarò più. Però questo è l’unico pezzo di vita privata che mi posso concedere. Perché so che se allentassi la mia passione per qualcun altro questo equilibrio così delicato si frantumerebbe.

Cos’è la cosa che ti piace di più della tua vita?

La cosa più bella? Quando sono qui d’inverno, tutta sola, che giro per il centro avvolta nel mio maglione, magari appena tornata dal porto con una tartaruga, e mi sembra di avere tutti i cuori dei volontari che mi hanno aiutata attorno, che mi aspettano impazienti per vedere la nostra nuova ospite. Allora sorrido, porto la tartaruga nella sua vasca e  penso che sono veramente fortunata ad avere una così splendida famiglia.