Io ci sono stata, in ospedale psichiatrico giudiziario.

Un tempo non molto lontano li chiamavano manicomi criminali, ora sono ospedali psichiatrici giudiziari. Vi finisce chi commette un crimine in condizioni di accertata malattia mentale.

Preciso. Da domani non vi finisce più. Dal primo aprile, chiudono.

Era settembre del 2013  quando ho varcato il cancello e stavo scrivendo il mio libro sulle madri, “Madre, comunque”.

Era un anno che aspettavo l’autorizzazione per poter parlare con chi aveva cura delle madri che ammazzano i propri figli.

Le figlicide.

Quando sono entrata all’Opg (la sigla che significa appunto ospedale psichiatrico giudiziario) di Castiglione delle Stiviere, a Mantova, sono stata accolta dall’allora direttore della struttura, lo psichiatra Ettore Straticò. “Qui si cerca di curare, non solo di segregare”. Castiglione era l’unico Opg dove la sola barriera tra pazienti e libertà erano le cancellate di recinzione.

Niente sbarre, niente sbirri.

Solo psichiatri e infermieri. Molto diverso da altri Opg. “Qui hanno l’obbligo di lavarsi, non possono dormire tutto il giorno, non possono fumare più di 30 sigarette al giorno, devono avere cura di se stessi”.

 

Il professore, in una lunga chiacchierata, mi spiegò prima cosa accade in una donna che arriva a un gesto così estremo e poi come procedevano per riabilitare e riconsegnare dignità a queste donne. E permettere loro di tornare in società.

A quel tempo nel ramo femminile dell’Opg c’erano circa ottanta donne, trenta delle quali ricoverate per figlicidio.

 

A Castiglione i medici avevano il compito di rendere le figlicide coscienti di quello che era loro accaduto, di far loro capire cos’avevano fatto, al di sopra di ogni concetto di colpa. Ammettersi di essere folli e autori di un reato. L’obiettivo dei medici era dare la possibilità alla donna di ammettere di essere stata lei, punto di partenza per andare a fondo sul perché l’ha fatto. L’approccio terapeutico non indaga mai sullo sbaglio. L’intento dei medici era quello di restituire una consapevolezza, non di parlare di responsabilità penale: a quello ci pensa il giudice. “In qualche modo le aiutiamo a diventare grandi”, mi disse Straticò, “mature e responsabili dei propri errori, senza tirare in ballo gli altri”.

 

Finita la chiacchierata, mi accompagnò a visitare il reparto.

Un casa. Una villetta molto grande, tutta su un piano, con un amplissimo giardino circostante.

Circondata da una ringhiera molto alta. E cancelli blindati.

Dentro, un ampio salone da pranzo, stanze per le attività comuni e poi la zona notte, in cui le donne avevano le proprie camere, autogestite, arredate, curate, tenute in ordine.

 

L’impressione? Una grande casa famiglia.

Il clima? Una grande famiglia.

L’ambiente? Famiglia.

 

Una famiglia composta da sole donne che, timidamente, ridevano e scherzavano. Schivavano lo sguardo, camminando rasenti al muro, e dopo un rapido saluto, acceleravano il passo veloci.

Schive con gli sconosciuti, molto calorose col personale.

Nell’ampio giardino all’interno della struttura, dopo pranzo, a gruppetti chiacchieravano sotto le grandi piante, all’ombra, dei loro sogni, degli amori e dei ricordi.

Poi lo sport. Discutevano sulla partita di pallavolo che da lì a poche ore si sarebbe disputata. E qualcuna si lamentava di non essersi potuta allenare a sufficienza. Discussioni da comune parco di paese.

 

Io ho visitato ‘solo’ questo Ospedale psichiatrico giudiziario, e solamente il reparto femminile.

Mi chiedo che fine faranno non tanto le donne ospiti ma la solidarietà, lo spirito di gruppo, l’aggregazione e l’affetto che mi ha lasciata un po’ spiazzata. Ho respirato squadra, solidarietà, sentimento.

Inutile negare che lo vedi, negli occhi di queste ragazze, un velo di opaco, un’ombra che si nasconde nell’iride, uno strato di silenzio.

Dove si trascineranno e chi le ascolterà, da domani, queste donne?

Da chi si sentiranno dire “Come va oggi, darling’ Visto che vi ho portato un’ospite?”

A chi diranno, arrossendo “Sai, sono innamorata?”

Siamo sicuri che dividerle, un po’ in nuove strutture e un po’ tornando in famiglia, sia la soluzione migliore?