Non c’è psichiatra, psicologo o psicoanalista che non lo ammetta. Quando chiedi “Ma cos’è l’istinto materno” nessuno specialista ti dà una risposta scientificamente comprovata. I più navigati del mestiere ti rispondono senza pensarci due volte: “è una stratificazione culturale, non un dato biologico comprovato”.
Quando lo affermo in pubblico, quando rispondo a chi mi chiede “E allora? L’istinto materno? C’è anche in natura, la femmina che cresce i cuccioli” nessuno mi prende sul serio. Ascoltano, ma poi li vedi vacillare dentro a quella roccaforte che viene attaccata da un’affermazione forte, che sbriciola e smentisce anni e anni di convinzioni sociali. Sono la prima a dire che non è affatto facile da accettare, perchè cresciamo con l’idea della mamma buona, forte, brava, dedita al sacrificio per i figli, perchè lei “lo sente dentro fin da bambina”. Sacrosanto, per le donne che lo provano realmente. Ma non per tutte è così.  In letteratura, il primo a imporre l’immagine della devozione della donna per la prole è stato Jean-Jacques Rousseau nel 1762 con il suo romanzo “Emilio”. Come spiega molto bene Mina Borrelli nel suo articolo pubblicato su ExtraMagazine il 27.3.2015 (trovate l’articolo completo a fine pagina), Rousseau contribuì “...a dare un forte avvio all’idea dell’amore materno, costruendo un’ideale femminile di felicità e buona madre, atto a convincere le donne che occupandosi solo dei figli, con dedizione e sacrificio, avrebbero assunto un ruolo fondamentale e degno nella società, condannando tutte le donne non “perfette” e quindi non atte ad assolverlo in modo esemplare. In definitiva Rousseau inventò il modello della buona e della cattiva madre che consapevolmente o meno, ci trasciniamo ancora oggi”.

Per fortuna, pochi anni dopo, arrivano Simone de Beauvoir e Elisabeth Badinter. Due donne, storiche e filosofe, che iniziano ad analizzare nella storia la complessità del mondo femminile e dell’annessa maternità.
Basta scorrere indietro negli anni, per capire che i comportamenti delle madri cambiano in base a quello che la società o il ceto sociale impone e pretende da loro. Gli ultimi secoli ci rivelano che la nozione di amore materno è evolutiva. Attraverso un’attenta analisi di documenti e riferimenti culturali e letterari, Badinter arriva a dedurre che l’amore materno è soltanto un sentimento umano. E come tutti i sentimenti umani è incerto, fragile, imperfetto. Può esistere o non esistere, esserci e sparire. Non va dato per scontato. E’, come lo definisce la filosofa, un “amore in più”. Il suo libro, uscito nel 1981, “L’amore in più” appunto, ha contribuito ad animare una delle discussioni tutt’ora molto dibattuta.
Le filosofe concordano su un punto: l’istinto materno, inteso come comportamento universale obbligatorio, è un’invenzione socioculturale, una impropria generalizzazione destoricizzata. E su questo concordano anche gli esperti di psiche.
Tant’è che non tardano a rispondere, quando io chiedo perchè si fa così fatica ad accettare che, in poche parole, l’istinto materno non esista: “Ai più ripugna l’idea che l’amore materno non sia senza difetti perchè metterebbe in dubbio l’amore di nostra madre”.

Così resta diffusa la convinzione che nel momento in cui diventa madre, ogni donna trovi in sè stessa tutte le risposte alla sua nuova condizione, come una sorta di predisposizione innata, non storicamente determinata benchè influenzata, orientata e normata dalle buone norme della società di turno.
Leggendo il testo della Badinter a qualcuno potrebbe  accapponarsi la pelle. Fino alla seconda metà del Settecento, il figlio non aveva un gran valore: segnato dalla malvagità innata attribuita ai bambini era considerato un selvaggio da piegare e la tenerezza della madre venire considerata origine di una educazione pericolosamente debole. L’allattamento materno era decisamente sconsigliato perchè si riteneva nuocesse fisicamente alla donna, fosse poco decoroso e oltretutto impedisse la vita mondana della madre, della quale l’ambiente di certe classi rivendicava la necessità. I figli mandati a balia erano moltissimi, in condizioni igieniche disastrose, con il risultato di un picco di mortalità infantile elevato. Tenerezza e allattamento, due pilastri dell’amore materno, non erano per nulla valutati e le donne non percepivano nulla di contro natura in tutto ciò. A fine Settecento il bambino diventa una risorsa: le guerre e la nascita della società industriale fanno rivalutare la necessità di procreare, soprattutto soldati e operai. Quindi le donne vengono inchiodate al ruolo materno, diventando per necessità improvvisamente un degno e nobile compito. Nell’Ottocento la madre diventa la responsabile del benessere psicofisico del figlio e dal ruolo di procreare si aggiunge quello di educare e allevare. Il Novecento introduce infine la colpevolezza delle madre: da lei dipende se i figli sono sani o malati, felici o tristi, utili o meno alla società. L’apoteosi dell’istinto materno non deviato dall’egoismo della donna. Se la donna cerca di sfuggire a questa dedizione assoluta, incorre in una condanna: commiserazione per chi non poteva avere figli, obbrobrio per chi non li voleva.

L’istinto materno viene spesso confuso con l’istinto di procreazione, legato indissolubilmente al bisogno di prosecuzione della specie. E questo sì, che esiste in natura.
Parlare di istinto materno ha comportato una coloritura culturale che ne ha snaturato in ampia misura il senso, rendendo una sorta di assoluto ciò che è solo una delle possibili interpretazioni della realtà naturale. Relegato unicamente al genere femminile, è stato negato agli uomini, ai padri dispensati dall’essere coccoloni e protettivi, dolci e teneri. Ma perchè? Un uomo non può essere materno  solo per il fatto che non partorisce? E le donne che adottano o prendono in affido un bambino quindi non sono brave madri?

Il fatto è che la donna è vittima degli stereotipi socioculturali. Da sempre. Ancora oggi assistiamo al “dover essere madre”, anzi, al “dover avere figli” per sentirsi normale. Omologazione, paura del giudizio, terrore nel dichiarare di non avere questo desiderio fanno diventare la scelta di non procreare come una colpa di cui vergognarsi.  E spesso le donne arrivano a fare figli più per gli altri che per una vera e propria scelta d’amore
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Qui l’articolo completo di Mina Borrelli: Prima pagina Seconda pagina