Le voglio un bene dell’anima. Ci siamo conosciute alla scuola materna, e non ci siamo più lasciate. Amore a prima vista, come nei bei libri.

Poi la vita ti divide. Ma anche se passano mesi o anni in cui non ti vedi, quando ti ritrovi sembra che il tempo non sia passato mai. Sara è sempre stata la mia migliore amica. Io ho fatto il liceo classico, lei ha scelto ragioneria. Io ho fatto giurisprudenza, lei l’accademia d’arte. Io Padova, lei Roma. Io mi sono sposata subito dopo la laurea, Filippo e Pietro sono arrivati di conseguenza. Lei è partita per New York, mi mandava e-mail da Berlino e cartoline da Tokio.

E’ sempre la mia migliore amica.

Stamattina mi arriva un suo messaggio, “Sono a Torino, se vuoi stasera facciamo ape?” Io penso a tutti gli impegni della giornata: portare a scuola Filippo, Pietro dalla nonna perchè ha la febbre, passare in studio, udienza in tribunale alle 13, ritirare i vestiti in tintoria, i colloqui di Filippo. E volevo andare in palestra. Stasera compie gli anni mia cognata, devo prenderle un regalo.

“Ok, Sara, dimmi dove e a che ora”.

Troverò qualche scusa, ho voglia di vederla. Mi siedo al tavolino e trovo quella di sempre: magra, capelli rossi lunghi arruffati, jeans, maglione di due taglie in più. La mia Sara.

“Sono incinta”.

Subito penso che mi stia prendendo in giro. Me lo dice con un sorriso che sa di beffa, di battuta idiota, di scherzo del cavolo fatto all’amica di sempre. Poi mi accorgo che i suoi occhi si bagnano, che le labbra si assottigliano e che cerca la mia mano.

Non sta scherzando. Non riesco a dirle niente, nemmeno quel triste e ipocrito “Congratulazioni” che si esclama all’occorrenza. Congratulazioni di cosa, poi? Lo sappiamo tutti che l’arrivo di un figlio altro non è che la preparazione ad un lungo periodo di sopportazioni, sia mentre sei incinta sia dopo. Perchè un figlio dà tanto, ma toglie tanto. Il corpo si deforma, porti in grembo una cosa che fa tutto quello che vuole, per conto suo. Tu stai male, ti senti sfatta, stanca, usata. Poi nasce. E arrivano le notti dove ti alzi dal letto anche venti volte, le vacanze che saltano all’ultimo minuto perchè arriva la febbre, i fine settimana passati in casa a fare i compiti. Penso tutto questo in un nanosecondo. Poi, d’istinto, le chiedo: “E lui?”

Sara diventa la quattordicenne che passava ore e ore con le cuffie alle orecchie ad ascoltare canzoni d’amore pensando al ragazzo che aveva visto alla fermata dell’autobus, quindici giorni prima. Diventa quella che aspetta il venerdì per andare a fare la spesa e rivedere il salumiere con gli occhi azzurri che passa a sua mamma l’etto di prosciutto cotto appena tagliato.

Sara si illumina, e mi dice: “Lui è bello. L’ho conosciuto all’aeroporto di New York tre mesi fa, al ritiro dei bagagli. Ci siamo piaciuti subito”.

Io taccio. Sara mi racconta che è francese, lavora per una grossa banca ed è sempre in giro.

“Ancora non lo sa, non mi va di dirglielo per telefono, la settimana prossima vado a Parigi a trovarlo, così glielo dirò”.

Nella mia testa iniziano ad comparire mille domande che però mi tengo per me. Quanti anni ha, che vita fa, dove abiterete, ti vorrà con lui, vorrà questo bambino, ma soprattutto… ti ama?

Ma Sara è un fiume in piena.

“Devo trovare un hotel dove alloggiare, a Parigi, sai, mica posso andare a stare da lui. E’ sposato e ha tre figli, ovviamente la moglie non sa di noi, ma sono sicura che glielo dirà presto. Poi, ora, che aspetto un bambino, il suo bambino. Sai, ho fatto la prima ecografia oggi, guarda, è un microbo pulsante, tutto dentro di me, che batte…”

Sara continua a parlare e mi passa le foto dell’eco. Io non la sento più.

La rivedo con le trecce, quando cadeva dallo scivolo al parco e si sbucciava le ginocchia e io correvo a tamponarle il sangue. La vedo vomitare come un’adolescente alla mia festa di laurea e la vedo piangere come una disperata al mio matrimonio, dopo essere arrivata mezzora in ritardo vestita come se stesse andando ad una festa punk.

Poi la immagino sola, nel reparto di maternità dell’ospedale, che tiene tra le braccia il suo bambino.

A fianco, nessuno. In corridoio, solo infermieri e ostetriche.

Quel bambino tapperà il buco lasciato dall’uomo di Parigi a suon di “non mi mangia, non mi dorme, non smette di piangere, non fa la cacca, non sta mai bene, che passeggino è meglio, il biberon deve essere senza bisfenolo, grazie”. Grazie. Il buco lasciato da quarant’anni a rincorrere nemmeno Sara sa bene cosa e tappato improvvisamente da un microbo pulsante che già in testa sua è la chiave per far cambiare vita ad un uomo sposato con figli. La chiave per fermare, finalmente, la sua, di vita. Quella di Sara.
“Non vedo l’ora che tu, che sei già madre, mi dia tanti utili consigli”.
Sorrido, perchè non so che dire. Forse in questi momenti bisognerebbe essere ipocriti, assecondarla che sì, tutte le madri sono uguali, tutti i figli sono uguali, tutte le vite seguono lo stesso copione e tirare fuori il più bel “Conta pure su di me”.

Non ne sono capace. Mi alzo dal tavolo.

“S’è fatto tardi, devo andare”.

Non ho ancora un regalo per mia cognata.