Ci pensavo giusto qualche giorno fa. A me e alla mia voglia adolescenziale di adottare un bambino. Lo sa bene mia mamma, alla quale chiedevo ripetutamente: “Mamma, mi adotti un fratellino?”
Quando sono stata non più bambina, questo desiderio di adottare un bambino non mio, non partorito da me, si è fatta più accentuata. Tant’è che fu una delle prime cose che dissi a Patrizio, mio marito. Tant’è che, appena nato Ettore, iniziammo i corsi. Ci siamo fermati a due incontri, in cui mi sono sentita chiedere: “Perchè non se ne fa un altro suo, visto che ne ha appena partorito uno?” o “Beh, sapete vero che avrà la precedenza una famiglia senza figli, rispetto a voi che ne avete giù uno vostro?”
Vostro, tuo, suo, mio. Aggettivi possessivi. A parlare, assistenti sociali. La peggior razza con cui abbia mai avuto a che fare.
Oggi leggo questo articolo, che parla di un’adozione andata a male.
Mentre scrivevo “Madri, comunque” ho parlato spesso di adozione. E ricordo che mi dissero: “Non sono pochi quelli che li restituiscono”. Ci restai male. Ero rimasta alle tante coppie che si separano, con l’arrivo del figlio (adottivo o no, ci si separa quando arriva il terzo tra i due, l’estraneo nella coppia). E invece scoprii che un figlio adottivo si può restituire. Viene affidato a una casa famiglia o a un centro di accoglienza. Secondo i dati del ministero di giustizia, “si stima nel 4% i bambini e ragazzi accolti in affidamento familiare o in comunità a seguito di una crisi del percorso adottivo”. C’è qualcuno che dice che sono cifre che non significano nulla perchè non raccolte con criteri omogenei e analizzate in riferimento al quadro complessivo della materia.

Quando si parla di fallimenti adottivi non si può prescindere dai dati effettivi del Ministero della Giustizia raccolti attraverso i Tribunali per i minorenni. E’ infatti fondamentale considerare le adozioni complessivamente concluse e il numero dei provvedimenti che sanciscono effettivamente l’adottabilità del minore, mentre le semplici “crisi” del percorso adottivo non possono considerarsi fallimento adottivo. Considerato quindi che il totale delle adozioni realizzate in Italia tra nazionali e internazionali, negli anni dal 2000 al 2012, è di 51994, i fallimenti adottivi dovrebbero essere stati finora in totale poco più di 500. Questa proiezione appare confermata da una indagine conoscitiva portata avanti dal Tribunale per i Minorenni di Milano, da cui emerge la cifra di 44 fallimenti adottivi avvenuti tra il 2003 e il 2010. Infatti, se si considera il totale di 3997 adozioni, nazionali e internazionali realizzate e omologate dal Tribunale di Milano nel periodo corrispondente, i fallimenti adottivi effettivi risultano confermati nella percentuale di circa l’1% (peraltro in questa cifra non si tiene conto delle adozioni concluse prima del 2003 e non sono considerate le adozioni speciali pronunciate ex art. 44 della legge 184/1983).

In ogni caso, è di tutta rilevanza quanto emerge dai dati ministeriali in merito al fatto che nel triennio 2007-2009 l’80% dei Tribunali non ha registrato le “restituzioni” dei figli adottivi da parte delle famiglie e che nel 2010 non lo ha fatto il 65% dei Tribunali:probabilmente le restituzioni sono talmente rare che i Tribunali non ritengono utile e opportuno registrarle”.

A me un po’ sorprende. In ogni caso. Se le restituzioni sono talmente rare non significa che non ce ne siano. Anche ci fosse una sola coppia che restituisce il figlio adottivo, sarebbe un dato su cui riflettere sulle tante cose assurde della legislazione a riguardo: per adottare un bambino devi essere sposato, devi essere una coppia eterosessuale, devi fare corsi, devi sottoporti agli psicologi, devi passare fine settimana a fare incontri, devi attendere. Devi. Poi però, se non ti va bene, puoi restituirlo. Come un cane.

Un figlio naturale, partorito con la tua pancia, se non era quello che pensavi, se ti mette in crisi, se ti scombussola la vita, non lo puoi restituire a nessuno. E meno male.