C’è una strana credenza, nelle menti degli esseri umani. Quella per cui se io non dico, non racconto, non scrivo, faccio finta di niente, una cosa non esiste, un problema non ci sia, una realtà scompaia.
Basta non raccontarla.
Come se non dare voce all’esistente in un certo modo lo cancellasse. Come se non parlando delle coppie gay queste si volatilizzassero.
Come se non raccontare (e qui entro nel personale) vite vere, reali, palpabili con mano fosse un incantesimo per congelarle.

Evitare di dire, ecco la soluzione. Quindi evitare i problemi così non esistono, evitare le discussioni sui temi etici così scompaiono, non scrivere storie scomode così non scuotono.

Scrivo questo post perchè in queste settimane dall’uscita del mio libro attorno a me si sono create delle situazioni paradossali. Famigliari che non mi rivolgono più la parola o che mi guardano storto, amici che mi evitano, vicini che non mi salutano più.
Come se la mia colpa fosse quella di aver dato voce a chi di solito non ce l’ha. Aver prestato la penna a chi ha una vita -per voi- non degna di essere raccontata.

Sono giornalista dal 2003 ma nell’anima da quando sono nata. Amo raccontare ciò che vedo, soprattutto quello che non viene considerato, quello soffocato di stereotipi e giudicato solo sul sentito dire.
Ebbene, vi sconvolgerò: le trenta storie del mio libro e quelle che sto continuando a raccogliere sono storie di persone vere, che esistono, che vi stanno attorno, che magari manco pensate.
Sono vita, quella strana cosa che accade mentre voi continuate a giudicare gli altri.
Sono anime che ci sfiorano per strada, persone che vivono vicino a voi, magari i loro figli vanno a scuola con i vostri.
Per me, sono come trenta figli, a cui voglio bene e a cui sono legata. Visceralmente.
Natasha che affitta l’utero l’ho guardata negli occhi e mi ha commossa, Simonetta che è lesbica e ha una vita da film la vedo stasera, Eva che è finalmente libera e se stessa dopo essere stata Sebastiano la riabbraccio tra poche ore.
E queste sono solo tre delle storie che ho raccontato nel mio libro. Le mie storie.
E mettetevi il cuore in pace: continuerò a farlo.
Racconterò quello che non volete sentire, forse per paura, per difficoltà o forse perchè vi credete migliori rispetto a loro. Migliori rispetto a cosa, poi? Qual è il termine di paragone? La vostra fede? Il vostro credo? La vostra etica? Avete mai pensato che non è universale e che non è l’unica solo perchè è la vostra?
Vedete, a differenza vostra io non giudico. Io voglio capire e comprendere. E dare voce. Raccontare la vita. Tutti fanno qualcosa per se stessi, vero. A me raccontare la vita, tutta la vita, arricchisce. Mi mette di fronte al diverso, all’estremo mio, mi fa riflettere, mi da nuovi punti di vista. E mi fa crescere.
E poi, ho un figlio. Al quale voglio dare tutti gli strumenti per guardare senza filtri la verità. 
Ettore, il mondo è questo. Solo se lo conosci, capisci e decidi. Con la tua testa. E ricordati che dietro ad ogni persona c’è una storia. Che la tua mamma ama raccontare.