Lei è Chiara Reali e di lavoro fa la ideologa di gender.
Oggi ha scritto questo bellissimo post, che vi trasmetto qui, in cui mette luce su un sacco di cose che, violentemente dalle une e dalle altre parti, in questi giorni si dicono.
Tutto e il contrario di tutto.
Tutti parlano senza conoscere, senza capire, senza voler andarne a fondo. Solo per sentito dire.
Capitò e continua a capitare anche a me, l’indignazione di quando leggo certe posizioni estremiste sulla maternità surrogata. E mi viene sempre da chiedere: “Hai mai alzato il culo e sei mai andato a parlare con le donne che praticano la surrogazione?” La risposta, per adesso, è sempre no. Ma le bocche continuano a riempirsi e a sputare sentenze.

Chiara ci spiega in cosa consiste il suo lavoro e ci spiega chi è e da dove viene.

“Io non lo so bene cosa voglia dire, famiglia tradizionale. Quella in cui sono cresciuta probabilmente lo è: mamma (chissà perché viene sempre da metterla per prima), papà, sorella, un cane prima e due gatte poi.
A un certo punto mi sono sposata, un po’ fuori tempo massimo, mi viene da dire, anche se di sicuro c’è chi si sposa più tardi (e c’è chi non si sposa mai, magari perché non può, ma di questo forse parleremo un’altra volta). Non so se però la mia – quella composta da lui, da me e dal gatto – sia una famiglia tradizionale. Ci manca quel figlio virgola trentanove, ma adesso inizia a dirsi child-free anziché childless e allora forse va bene così.

Il sabato mattina io e mia sorella dovevamo spolverare tutte le mensole e i mobili, spostando la statuetta della damina che suona il violino e il porta-caramelle di cristallo, mi raccomando; poi mio padre passava l’aspirapolvere e lavava i pavimenti, così almeno il sabato la mamma si riposa, anche se c’è la spesa da fare e allora forse si riposerà la domenica.
Se prendevamo un brutto voto, ci sgridava il papà. Se ci innamoravamo, andavamo a parlarne con la mamma. Se tornavamo a casa in ritardo, era il papà a venirci a cercare. Se avevamo la febbre, era la mamma ad appoggiarci le labbra alla fronte.

Di lavoro faccio l’ideologa del gender – adesso si dice così, no? Ormai i lavori non hanno più i nomi di una volta, e spiegarli ai genitori è un casino. Social-media manager, project coordinator, account manager e così via. Però ve lo voglio raccontare, cosa fa di lavoro un’ideologa del gender – così magari riesco anche a spiegarlo meglio ai miei genitori tradizionali che poi quando gli amici chiedono, e la Chiara? Non sanno mai bene cosa dire”

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