Noi non sappiamo cosa voglia dire aver caldo. Essere costretti a lavorare con la maglia fradicia di sudore, asciugarsi le gocce che scendono dalla fronte appena possibile con degli stracci pronti, lì, di fianco. Sedersi per terra con i camioncini a far ombra per aprire un tombino e infilarsi dentro, per risolvere un guasto. O aprire la porta di una cabina elettrica in cui le valvole ‘son scattate’, direbbe mia nonna. Perchè il caldo scalda, l’energia scalda. E le temperature roventi mettono a dura prova la linea elettrica.
Noi non sappiamo cosa voglia dire aver caldo. Io stamattina sono uscita sul campo con i miei colleghi delle squadre dei guasti. Mi occupo da 15 anni dell’ufficio stampa di una multiutility di servizi qui a Verona e oggi sono andata ‘a far l’inviata’ per rendermi conto di cosa voglia dire lavorare con 40 gradi di temperatura per risolvere quei guasti elettrici accidentali dovuti al caldo e al consumo contemporaneo dell’energia.
Io non dirò mai più che ho caldo. L’ho promesso stamattina a me stessa.
Quando hanno aperto la porta di una cabina in pieno centro storico pensavo di morire. Io, che ero fuori dalla cabina, vestitino corto e sandali ai piedi. Loro sono entrati, per tirare su il contatore scattato, con caschetto in testa, maglia maniche lunghe e pantaloni lunghi, scarpe antinfortunistica. Hanno risolto il disservizio e via, in un’altra cabina anch’essa scattata. Giorno e notte. Perchè i veri problemi son di sera, quando tutti corrono a casa, accendono il condizionatore. Contemporaneamente.

Noi non sappiamo cosa sia il caldo. Eppure ci lamentiamo quando per qualche mezz’ora manca la corrente nelle nostre case dove, se va bene, ci sono 28 gradi secchi(ci sono appartamenti con 21 gradi…).

Io non dirò mai più che ho caldo, perchè poi oggi ho visto gli operai asfaltare la tangenziale e il solito, solitario ciclista pedalare sotto il sole diretto sicuramente a casa dopo una giornata di lavoro. Mentre io ero in macchina, con l’aria condizionata accesa.