Cosa sia successo, dove ci sia scappato di mano, non lo riesco a capire.
Quando, esattamente. Improvvisamente o lentamente.
Sta di fatto che oggi ci si commuove, ci si scandalizza, si urla al disastro umanitario di fronte alla foto del piccolo bimbo turco di tre anni morto sulla spiaggia di Bodrum.
Pelle d’oca, senza ombra di dubbio. Il pensiero corre a mio figlio. E rabbrividisco.
Ma poi mi fermo un attimo e rifletto: quando a morire sono 40 maggiorenni neri stipati nella pancia di una barca di legno, l’indignazione diminuisce. Anzi, è diventata quasi triste routine.
E’ come se la vita, più passa il tempo, meno valesse. Come se importasse meno un anziano di un bambino.
Sì, Sere, è così. Hai detto giusto.

Nella società di oggi i bambini contano di più. Per loro ci sono grest estivi, hotel dedicati, mille corsi ricreativi.
Loro non devono soffrire, non devono andare ai funerali perchè sennò si traumatizzano, non devono fare i compiti per casa sennò si stancano.
Poverini.
Per gli anziani, invece, basta un ospizio, una poltrona, una straniera che dia loro un occhio e una bella tv a cristalli liquidi.
“Tanto di cosa hanno bisogno”. Gli anziani sono considerati un peso, invece di una risorsa.
Stessa scena quando una donna si ammala gravemente. La prima domanda è sempre “Ha figli?”
“Sì”
“Piccoli?”
“Sì”
“Oh mamma, poveretti”.
Mai poveretta lei, poveretta, che si ammala.

Cosa sia successo, non lo so.
Forse dovremmo rivalutare le persone, in quanto tali. In quanto esseri umani. Bambini, giovani, adulti, anziani. E tornare a dare importanza all’esperienza, alla storia, alla saggezza, alle radici.
Al rispetto, per la vita.
Sia essa appena nata -quindi lanciata nel futuro- sia essa piena di ricordi e di sentimenti, basi sulle quali far appoggiare, il futuro.