Stamattina mi sono svegliata con un messaggio sul cellulare. “Compra l’Avvenire. Parlano di uteri in affitto”.
Sorrido. La crociata contro la surrogazione di maternità da parte dell’ambiente cattolico è cosa risaputa. E, dal loro punto di vista, comprensibile. Io immaginavo già, alla luce del comunicato stampa di ProVita di qualche giorno fa, quale fosse l’argomento.
Brevemente: a Milano mercoledì 23 settembre il medico statunitense Said Daneshman, della clinica The Fertility Center, invitato da Prepara ha tenuto una conferenza in cui ha illustrato a circa 25 presenti in cosa consiste la pratica del cosiddetto utero in affitto, il suo costo negli Stati Uniti e cosa fare per rientrare in Italia senza incombere in problemi legali. Alla conferenza si sono iscritti due attivisti di ProVita, fingendosi una coppia omosessuale interessata e grazie ai quali questa conferenza è finita per meritare un’intera pagina sul quotidiano della Cei. Agli attivisti di ProVita e alla loro narrazione però è mancata una cosa: il voler capire perchè gli altri 25 fossero lì. Perchè le persone presenti all’incontro fossero interessate alle informazioni del medico. Limitarsi solamente a descrivere l’aspetto economico e burocratico della questione è assai limitante. All’incontro c’erano uomini e donne con le loro storie, i loro sentimenti, i loro desideri, il loro sentire. Snobbare questo aspetto e far di tutta un’erba un fascio a mio avviso è poco rispettoso per la cronaca.
Nulla da reclamare, comunque. A ognuno il suo compito. Chi se non il giornale cattolico poteva pubblicare un servizio dal titolo: “Sbarca in Italia il mercato dei figli – Utero in affitto: incontro a Milano per procacciare clienti”?
E’ da stupidi -a mio avviso- pensare che la Chiesa possa accettare una pratica che va a scardinare nel profondo la figura del materno e della sacralità della donna.
A ognuno il suo compito. Quindi ai cattolici di fare crociate contro questa pratica, ai medici e ai biologi quella di proporla.

Perchè, a ben guardare, mai come per la surrogazione si sposa benissimo il detto “Paese che vai, legge che trovi”.
In Italia è illegale: il divieto risale al 1994 e precede la legge 40 del 2004. Ma basta spostarsi di qualche ora di volo e ciò che qui da noi è punito con due anni di carcere e una multa che va dai 600 mila euro a un milione di euro diventa legale e legiferato.
Inghilterra, Grecia, Ucraina, Russia, Israele, Cipro, Sud Africa, Stati Uniti (non tutti) sono alcuni degli stati del nostro pianeta dove -con regole differenti gli uni dagli altri- si può ricorrere alla surrogazione per diventare genitori.

La surrogazione nel mondo esiste e viene praticata. Perchè risponde a un bisogno. E quando c’è un bisogno -giusto o sbagliato che sia- si è pronti a tutto. E, secondo me, al bisogno dovrebbe rispondere lo Stato, per garanzia di diritti e doveri.
Le coppie che intervisto mi raccontano di arrivare alla pratica per i motivi più disparati: alla donna è stato asportato l’utero, è nata con una malformazione uterina, ha subito pesanti cicli di kemioterapia, ha l’HIV e non vuole trasmetterlo al bambino. E quando te lo raccontano -sfidando vergogna e paura- non c’è mai leggerezza o capriccio. Vedo solamente tanta sofferenza.
Le donne che si prestano a partorire i figli di altri non sono tutte schiave. Gran parte delle americane con cui ho parlato lo fa gratuitamente. Poi ci sono madri che aiutano le figlie a partorire, ci sono sorelle che realizzano il sogno delle sorelle, ci sono amiche per la pelle che si donano. Ma ci sono anche le bambine indiane, alcune portate via giovanissime dalle famiglie e messe a far figli per conto delle coppie infertili, spesso vendute al miglior offerente e ci sono –in tutta una zona grigia del mondo in cui non esiste nessun divieto ma anche nessuna regola– ragazze che partoriscono i figli di altri senza ricorrere all’inseminazione artificiale (pratica utilizzata anche nel nostro Paese, il secolo scorso, per dare l’erede tanto desiderato alla coppia benestante ma sterile: spesso la povera contadina o la mondina erano le prescelte).

Le obiezioni morali e psicologiche al divieto della surrogazione in Italia si riassumono tutte qui: sessualità e procreazione, in nome di Dio, sono un processo inscindibile. La maternità surrogata svilirebbe la dignità della donna, ridotta a mera ‘incubatrice’. Non esiste un diritto del figlio a tutti i costi, in quanto la nascita è un dono. I nati da surrogata subirebbero danni psicologici irreversibili.  La gestante subirebbe traumi, perchè soffrirebbe nel doversi staccare dal bambino portato in grembo. Si sarebbe in presenza di commercio di parti del corpo. A tutte queste contestazioni, fuori da uno spazio religioso cattolico, si può rispondere che esistono altri modi di vita, rispetto a quelli indicati dalla religione e di fatto nella nostra vita rispettiamo leggi che affermano diritti. La religione è un’altra cosa. A mio avviso, la dignità della donna non equivale necessariamente alla maternità quanto alla sua autonomia di scelta. Il potere di disposizione del proprio corpo non deve essere visto come diritto di proprietà. Se l’unico modello da rispettare fosse quello di un uomo che mette incinta una donna e che tutti e tre vivano felici e contenti, cosa fare in caso di divorzio, seconde nozze, adozioni, perdita del papà durante la gravidanza? Inoltre, per evitare lo sfruttamento di alcune donne, basterebbe che lo Stato regolamentasse con appositi limiti e controlli.

C‘è un mondo, dentro alla surrogazione, in continua evoluzione. E dentro a questo mondo ci sono persone, da una parte e dall’altra, che per i motivi più svariati entrano in un meccanismo poco conosciuto e tanto criticato.
La verità poi è che ci sono tanti avvoltoi e tanti disonesti. Ci sono medici che sfruttano i bisogni delle persone per lucrare e approfittarsene sia della coppia desiderosa di un figlio sia della donna gestante.
Per questo credo che l’unico modo per tutelare tutte le parti sia una legge capace di impedire a tante persone di nutrirsi di dolore altrui, di debolezze e di fragilità. Una buona legge dovrebbe controllare gli sciacalli -presenti pure in Italia, nonostante il divieto- e non rendere l’accesso tanto restrittivo e il percorso tanto complicato vietando e punendo, lasciando così le coppie in balia di agenzie più o meno affidabili, più o meno lontane dal nostro Paese.