Pubblico solo oggi il mio intervento al convegno “Maternità surrogata: dal turismo procreativo alle proposte di legge” organizzato il 26 ottobre dall’associazione avvocati matrimonialisti di Palermo.

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Tanto, troppo in questi giorni si parla di maternità surrogata partendo da giudizi e concetti personali,  assumendo spesso argomentazioni di retroguardia e senza tenere in considerazione che in tutta questa disputa, dietro al giusto sbagliato, buoni cattivi, belli brutti, mostri angeli, ci sono delle persone. Con la loro storia. Ma mi fermo qui. Ci sto dormendo su qualche giorno, prima di rispondere alle innumerevoli parole scritte in questi giorni.
Per ora, ecco il mio intervento a Palermo. Nel discorso si fanno riferimento alle due testimonianze sulla surrogata presenti nel mio libro, lette durante il convegno.

“Buongiorno a tutti, mi chiamo Serena Marchi e sono l’autrice di “Madri, comunque”, un libro edito da Fandango Editore e uscito lo scorso febbraio che raccoglie trenta testimonianze vere di trenta modi di essere o di non essere madri. Tra queste, quella che vi ho appena letto. Maria, una donna del sud Italia incontrata l’anno scorso, proprio in questi giorni, a Kiev, in Ucraina.

Lo scorso ottobre infatti mi sono imbarcata su un volo di linea da Milano Malpensa (e già che ci sia un volo di linea, quotidiano, che ogni giorno fa Malpensa-Kiev credo la dica molto lunga su quali siano i rapporti tra noi e questo Paese) e sono andata in una clinica, per la precisione la Biotexcom di Kiev appunto, per raccogliere personalmente le testimonianze sia di una coppia di connazionali in attesa della nascita del loro primo figlio -che è poi la testimonianza che avete appena sentito- sia la testimonianza di una ragazza ucraina che lavora per questa clinica, e ve la leggerò tra non molto. Quando sono partita per Kiev la situazione internazionale non era certo lieta: era appena stato abbattuto l’aereo della Malaysia Airlines partito dall’Olanda e le tensioni con la Russia erano molto accentuate. L’esercito armato marciava per le strade ucraine e tutti sconsigliavano di recarsi in questo Paese. Quando ho chiamato la Farnesina per spiegare cosa andavo a fare e per capire se correvo dei rischi, mi hanno subito detto di non dichiarare mai alle forze dell’ordine, qualora mi fosse stato chiesto, che ero una giornalista perché, in quel preciso momento, i media non erano ben visti. Poi mi hanno consigliato di andare con mio marito così non avrei destato sospetti, visto che (cito testualmente la Farnesina) “sono molte le coppie italiane che si recano in Ucraina per questioni mediche e gli ucraini lo sanno”. Mi è parso dunque molto chiaro come pure la Farnesina sapesse che molti italiani sconfinano per diventare genitori.

Ne avevo in ogni caso già avuto conferma dai primi contatti con la clinica. Il loro sito internet è completamente in italiano (e lo è anche quello di molte altre cliniche in giro per il mondo) e la responsabile di riferimento parla perfettamente la nostra lingua. Per non parlare poi del numero di nostri connazionali trovato nei corridoi della struttura, una volta arrivata a Kiev.

Conferma mi è stata data quando la mia referente accompagnatrice mi ha dichiarato che il 60 per cento delle nascite con surrogazione da loro vengono effettuate per coppie italiane.

Come credo sia capibile dall’ascolto della storia, le coppie che ricorrono alla surrogata sono le prime a sentirsi in difetto. La donna con cui ho parlato aveva paura di raccontarmi la sua storia perché ben cosciente di essere una ‘fuorilegge’ per l’Italia, il suo Paese che non le aveva permesso di fare a casa propria quello che stava invece ottenendo in Ucraina. Ben coscienti del rischio corso durante il rimpatrio, le coppie non si fermano. Hanno paura, ma il desiderio di un figlio non le blocca. Ricordiamoci che fino al 1994 nel nostro Paese non esisteva il divieto di surrogazione ma non c’era neppure una legge che lo regolasse. La mia impressione, basata solamente dalle chiacchiere che scambio con le coppie che accettano di raccontarmi le loro storie e quindi dalle testimonianze che sto continuando a raccogliere per il mio secondo lavoro a sei mani, eseguito assieme a due esperti legali quali la ricercatrice universitaria Elena Falletti di Torino e il ricercatore universitario Simone Penasa di Trento è che dal 1994 ad oggi, nonostante il divieto, il ricorso alla surrogazione non sia certo né sparito né tantomeno diminuito.

Personalmente trovo, per dirla con un’espressione della bioeticista Chiara Lalli, il legislatore cieco di fronte a una pratica esistente e ampiamente utilizzata dalle coppie italiane siano essere etero o omosessuali. Nella mia attuale ricerca, tutto improntato sulla surrogazione nel mondo con la comparazione sia legale sia giornalistica delle diverse esperienze nel variare degli Stati e, quindi, delle leggi, risulta lampante come a variare di luogo varino non solo le leggi ma soprattutto l’etica e i principi per i quali è accettata la pratica della surrogazione. Nella federazione statale americana spicca un certo orgoglio, da parte delle donne che si prestano per la surrogazione, nel poter aiutare le coppie o le persone impossibilitate nell’aver figli naturalmente. E, dall’altro lato, affiorano impossibilità oggettive, non certo vizi o difetti. Escludendo il mondo omosessuale maschile in cui l’impossibilità è un dato oggettivo, nelle coppie etero spesso la non gestazione da parte della donna è dovuta o a gravi malattie, o ad interventi chirurgici o a malformazioni o alla volontà di non trasmettere l’hiv al figlio futuro.

Per tornare all’Ucraina, la portatrice che ho intervistato ha sconvolto un po’ l’idea iniziale con la quale ero partita.

Vige nell’opinione pubblica italiana, nei miei colleghi giornalisti e purtroppo anche nelle femministe la convinzione che tutte le donne che partoriscono i figli per altri siano schiave, sfruttate, tristi, costrette, obbligare. La ragazza con cui ho passato una mattina io dimostra il contrario. E dirò di più. Mentre con la coppia di connazionali ho percepito un disagio evidente e uno stato d’ansia che non mi ha certo messa tranquilla, con la ragazza che aveva in grembo i figli di una coppia tedesca mi sono sentita subito in sintonia.

Vi leggo la testimonianza della portatrice:

Le donne che si prestano a partorire i figli di altri quindi non sono tutte schiave sfruttate. Ne abbiamo appena sentita una. Poi come dicevo gran parte delle americane con cui ho parlato lo fa gratuitamente. Inoltre non dimentichiamoci delle madri che aiutano le figlie a partorire, delle sorelle che realizzano il sogno delle sorelle, delle amiche per la pelle che si donano.

Ma non dimentichiamoci anche delle bambine indiane, alcune portate via giovanissime dalle famiglie e messe a far figli per conto delle coppie infertili, spesso vendute al miglior offerente.

Ma dobbiamo essere anche ben coscienti dell’esistenza di tutta una zona grigia del mondo in cui non esiste nessuna legislazione a riguardo quindi nessun divieto ma anche nessuna regola in cui probabilmente ci sono ragazze che partoriscono i figli di altri senza ricorrere all’inseminazione artificiale (pratica utilizzata anche nel nostro Paese, il secolo scorso, per dare l’erede tanto desiderato alla coppia benestante ma sterile: spesso la povera contadina o la mondina erano le prescelte). Il divieto di surrogazione nel nostro Paese trova fondamenta nel fatto che si considera tale pratica un’attività contraria all’ordine pubblico in ragione della tutela costituzionalmente garantita dalla dignità umana della gestante. Da giornalista quale sono mi torna a mente il caso di Novella e di sua madre, che nel 1993 si rese disponibile per portare avanti la sua gravidanza.

Novella fa l’ostetrica e non può aver figli in seguito ad un primo parto in cui perse la figlia che nacque morta e a seguito del quale le fu asportato l’utero.

Ecco. Credo che in questo caso non ci sia nulla di contrario alla dignità umana anzi, vedo solo un gesto d’amore di una madre nei confronti prima della figlia e poi della famiglia di quest’ultima. Novella racconta che tutti attorno a loro, a sua madre e a suo marito, li definivano una famiglia atipica.

Lei dice “io non riuscivo a pensarci tanto atipici, o tanto pericolosi per il benessere di nostro figlio. E non riuscivo neanche a capire cosa fosse una famiglia atipica, perché basta guardarci attorno per vedere quanti tipi di famiglia esistono. Sono quindi tutte sbagliate? Continuavano a portarci esempi di maternità surrogate andate a male, prime fra tutte il caso di Baby M.” (credo non serva ricordarvi il caso di Baby M, quando nel 1989 gli Stati Uniti furono scossi perché per la prima volta una portatrice, in barba al contratto, una volta partorito, non volle più dare la bambina alla coppia committente. Scappò dallo stato di New York alla Florida. I giudici americani furono chiamati per la prima volta a discutere sulla surrogazione di maternità e da lì iniziò una lunga battaglia a colpi di sentenze che andavano a smentirsi le une con le altre). Tornado all’Italia e continuando con Novella lei dice: “La nostra storia era molto diversa da quella di Baby M, mia madre si era offerta e non un’estranea. Non solo. Un caso andato male non mi sembra possa bastare per prevedere che tutti i casi in cui vi sia una donna che si offre di portare avanti una gravidanza al posto di un’altra debbano andare male. Oggi ci sono molti casi che si potrebbero usare per bilanciare quanto accaduto con Baby M.

Io volevo solo avere un figlio. […]

…mi hanno infastidito tutte le cose che dicevano. Me le ricordo bene: contro natura? Un atto d’amore non può esserlo. Chi avrei danneggiato? Per noi erano solo ragioni d’amore. Non vedo cosa ci fosse di immorale. Qualunque complicazione l’avremmo potuta affrontare invece sembravamo finiti sotto processo. […] lo so quanto sia importante il legame che si crea durante la gravidanza. Durante quei mesi cominci a costruire un rapporto cin quello che immagini sarà tuo figlio e che senti crescere, ci parli, lo coccoli. Io me lo ricordo. […] da una persona sconosciuta non credo avrei mai accettato. Da mia mamma sì: per me era l’unica possibilità. […] c’è lo stigma della sterilità, della vergogna. Tanti ricorrono alle tecniche di nascosto, non lo dicono alla famiglia o agli amici. Non avere figli ti emargina. Quante volte mi sono trovata in una conversazione in cui per ore non si parlava che di figli, pannolini e tutto il resto. Tu sei esclusa, ti senti emarginata. Lo sei.

[…] penso a quanti blaterano che i figli devono nascere naturalmente. Che è l’unica garanzia d’amore. Ho visto partorire migliaia di donne in questi anni. Qualcuno vuole sostenere che sarebbero tutti atti d’amore? Scherzate? Se fosse così non ci sarebbero tutti i disgraziati, i tanti figli lasciati in clinica, tutte le madri e i padri che non riconoscono i figli e non vogliono vederli. Non li vogliono. Frutto d’amore? L’amore non coincide con la capacità di riprodursi”.

Questa era la testimonianza di Novella.

Tornando a me, nel mio lavoro, a ben guardare, mai come per la surrogazione si sposa benissimo il detto “Paese che vai, legge che trovi”. Ma credo lo sappiate molto bene anche voi. La surrogazione nel mondo esiste e viene praticata. Perchè risponde a un bisogno. E quando c’è un bisogno -giusto o sbagliato che sia- si è pronti a tutto. E, secondo me, al bisogno dovrebbe rispondere lo Stato, per garanzia di diritti e doveri. Le coppie che intervisto mi raccontano di arrivare alla pratica per i motivi più disparati come raccontavo prima. E quando te lo raccontano -sfidando vergogna e paura- non c’è mai leggerezza o capriccio. Vedo solamente tanta sofferenza. Le obiezioni morali e psicologiche al divieto della surrogazione in Italia si riassumono tutte qui: sessualità e procreazione, in nome di Dio, sono un processo inscindibile.

La maternità surrogata svilirebbe la dignità della donna, ridotta a mera ‘incubatrice’. Non esiste un diritto del figlio a tutti i costi, in quanto la nascita è un dono. I nati da surrogata subirebbero danni psicologici irreversibili.  La gestante subirebbe traumi, perchè soffrirebbe nel doversi staccare dal bambino portato in grembo. Si sarebbe in presenza di commercio di parti del corpo. A tutte queste contestazioni, fuori da uno spazio religioso cattolico, si può rispondere che esistono altri modi di vita, rispetto a quelli indicati dalla religione e di fatto nella nostra vita rispettiamo leggi che affermano diritti. A mio avviso, la dignità della donna non equivale necessariamente alla maternità ma alla sua autonomia di scelta. Il potere di disposizione del proprio corpo non deve essere visto come diritto di proprietà. Se l’unico modello da rispettare fosse quello di un uomo e una donna che hanno un figlio tutti e tre vivano felici e contenti, cosa fare in caso di divorzio, seconde nozze, adozioni, perdita del papà durante la gravidanza? Inoltre, per evitare lo sfruttamento di alcune donne, basterebbe che lo Stato regolamentasse con appositi limiti e controlli.

Davanti all’imperativo morale di questi mesi poi credo, usando le parole dell’amico Massimo Prearo, che non ci sia arma migliore che la sorprendente “banalità” dell’esperienza e dei vissuti delle persone. Perché è in quella minuscola fetta di umanità che risiede la dignità inviolabile della persona e la sua imprescindibile autonomia

C‘è un mondo, dentro alla surrogazione, in continua evoluzione. E dentro a questo mondo ci sono persone, da una parte e dall’altra, che per i motivi più svariati entrano in un meccanismo poco conosciuto e tanto criticato. E ci sono i figli. Sto cercando di parlare anche con loro. Il prossimo anno incontrerò una madre surrogata che vive in California e il suo primo figlio surrogato, come lo chiama lei, che oggi ha 25 anni. Quindi capace di dire la sua, forte anche di questa esperienza non certo agli albori.

La verità a mio avviso è che ci sono tanti avvoltoi e tanti disonesti, come dice Novella. Ci sono medici che sfruttano i bisogni delle persone per lucrare e approfittarsene sia della coppia desiderosa di un figlio sia della donna gestante. Per questo credo che l’unico modo per tutelare tutte le parti sia una legge capace di impedire a tante persone di nutrirsi di dolore altrui, di debolezze e di fragilità. Una buona legge dovrebbe controllare gli sciacalli -presenti pure in Italia, nonostante il divieto- e non rendere l’accesso tanto restrittivo e il percorso tanto complicato vietando e punendo, lasciando così le coppie in balia di agenzie più o meno affidabili, più o meno lontane dal nostro Paese.

A mio modestissimo parere personale, trovo quantomeno assurdo che uno stato risponda soltanto con una semplice negazione della pratica di fronte a un oggettivo bisogno di moltissime coppie italiane che, in barba al divieto, trovano soluzione andando all’estero. Credo anche, per dirla con le parole di Elena Falletti, “che i legislatori stranieri siano molto più tempestivi rispetto agli italiani nel recepire le evoluzioni sociali e giuridiche avvenute con gli anni nelle famiglie e nella scienza, molto più consci forse che sono i mutamenti sociali e plasmare il diritto e non il diritto ad ostacolare l’evoluzione della società”.