Ecco la vera storia -dai verbali e dalle ricostruzioni del tribunale- sull’indiano che in questi giorni è stato accusato di voler rapire una bambina. Bravo Filippo Facci, che mette in chiaro come sono andate veramente le cose. Articolo tratto da Libero di mercoledì 24 agosto 2016

La storia dell’indiano che rapisce la bambina va completamente azzerata: le polemiche e gli articoli che sono stati scritti – compreso uno su Libero, a cura dello scrivente – erano basati su informazioni insufficienti per quanto fossero le uniche disponibili. Non sappiamo che cosa faranno gli altri giornali, ma preferiamo rivedere criticamente tutta la faccenda: l’unico punto fermo rimane che una persona su cui pende un decreto di espulsione andrebbe espulsa, e basta, anche se è balorda e non ha cercato di rapire bambini.
Allora. La storia che tutti si sono bevuti era questa: martedì scorso, nella spiaggia di Scoglitti, nel Ragusano, c’è questo indiano senza fissa dimora che si avvicina a un gruppo di genitori e amici e poi piglia in braccio una bambina (5 anni) e fugge via, ma il padre l’insegue e lui desiste e scappa; i carabinieri però lo beccano più tardi dopo un rastrellamento e lo portano in caserma in stato di fermo, ma ecco che il pm Giulia Bisello non convalida il provvedimento perché dice che i reati (sequestro di persona e sottrazione di minore) sono rimasti allo stato di tentativo, in altre parole il rapimento non è riuscito. Tra l’altro salta fuori un decreto di espulsione emesso dal questore di Ragusa un anno prima, ma questo non impedisce che il giorno dopo l’indiano torni a vagare in spiaggia come se nulla fosse stato. Scandalo, articoli, polemiche, social scatenati, interpellanze parlamentari, inviti a dimissioni, il Guardasigilli che allerta gli ispettori ministeriali, i genitori della bambina che rilasciano interviste e «vomitano su questa legge», l’Associazione magistrati che difende la giovane pm, giornali che tirano la coperta secondo orientamento, l’indiano minacciato da un tizio che gli fa il segno di tagliargli la gola.
Però ora i verbali e le ricostruzioni e le dichiarazioni del “caso dell’estate” (Dagospia) consentono di riscrivere tutto, e, anche se la morale non cambia – un irregolare deve lasciare il Paese – il compito dei giornali dovrebbe essere quello di avvicinarsi a qualcosa che assomigli alla verità. Proviamoci.
Ram Lubhaya è un classico extracomunitario indiano che vende collanine e ciarpame, fa tatuaggetti, uno come migliaia: è incensurato anche se è stato segnalato per furti di rame, ma non ha precedenti, tantomeno per droga e ricettazione come è stato scritto. È un extracomunitario senza fissa dimora come lo sono quasi tutti in un paesino dove più o meno tutti si conoscono. Ram è indiano (come gli zingari sinti) e questa è la sola cosa che lo avvicina al pubblico immaginario del rapitore di bambini.
Otto giorni fa, un martedì, sul lungomare della Lanterna di Scoglitti (frazione di Vittoria, provincia di Ragusa) una famiglia bazzica attorno a una di quelle case che un serio piano regolatore dovrebbe radere al suolo. Ci sono amici e conoscenti. Attorno al gruppo si avvicina anche Ram Lubhaya, lievemente alticcio e in modalità “peace and love” come suo solito. Qualcuno lo conosce di vista. Ram comincia a giocare e scherzare con la bambina, ma nessuno ci bada particolarmente. Tantomeno la madre, che sta risalendo le scale di casa quando un’amica le dice: l’indiano si sta allontanando con tua figlia. Spavento e raccapriccio. E qui non è neppure chiaro – le testimonianze divergono – se l’indiano l’abbia presa in braccio o solo per la manina, ma i genitori corrono dall’indiano e si riprendono la figlia. Lui non obietta nulla, non scappa, non fugge. La scena dura al massimo 45 secondi: i due, l’indiano e la bambina, sono sempre rimasti ben visibili entro un perimetro di una decina di metri. Ma la madre racconterà, a sostegno del tentato rapimento, che in precedenza «l’indiano li stava fissando», o questo le avevano detto.
Non scatta nessuna denuncia e nessuna caccia all’uomo. Sono i due fratelli maggiori della famiglia, incontrando ancora Ram Lubhaya che passeggia sul lungomare, a far chiamare i carabinieri: la sua sola presenza gli genera angoscia. Alle obiezioni sull’improbabilità del tentato rapimento, madre e padre replicheranno: «Ma per far scattare il reato di rapimento doveva portarmela via?».
Interrogato, l’indiano respinge ogni possibile accusa e non viene incarcerato. E, in effetti, dal quadro emerso non ce n’è ragione: anche volendo contestare a tutti i costi un tentato sequestro di minore, la pena prevede da 1 a 10 anni ma nel caso specifico – inesistente – l’indiano sarebbe rimasto sotto la soglia minima per la carcerazione. Oltretutto, come si lascia sfuggire il procuratore capo di Ragusa, Ram probabilmente ne uscirebbe incapace di intendere e di volere: è uno che va espulso e basta, nel senso che non rinnovargli il permesso di soggiorno è più che sufficiente. Non è neanche vero che sull’indiano pendesse un decreto di espulsione: c’era stato, ma era stato sanato da un permesso di soggiorno che, caso vuole, scadeva proprio ieri: ergo, l’ordine di espulsione ora può essere firmato dal vicequestore (anzi, pare l’abbia già firmato) dopodiché la destinazione di Ram Lubhaya è un Cie dal quale probabilmente sarà espulso: il che, se non ci fosse stato il bailamme della sindrome da rapimento, probabilmente non sarebbe neppure successo.
Nel Paese, intanto, rotolava e s’ingigantisceva una spaventosa valanga mediatico-politica. Ram viene interrogato un’altra volta, per sette ore, ma non emergono novità. Lui è stranito: capisce che sarà espulso, in sostanza, perché ha preso in braccio una bambina. È la verità.

Filippo Facci