L’uomo etico da regole a se stesso. Il moralista da sempre regole agli altri.

Io non vorrei che il moralismo facesse le leggi, in nessuno Stato. Più vado avanti, più mi addentro nel tema, più mi rendo conto che il patriarcato ci attraversa tutti e tutte, e tutti quanti siamo costretti e chiamati a prendere una posizione. Cioè davanti a questa struttura di ingiustizia che sulla base della differenza biologica genera una differenza sociale come mi pongo? Non posso dire “Ma io che c’entro?” perché siamo tutti chiamati in causa, siamo tutti o maschi o femmine a prescindere dagli orientamenti sessuali. Non puoi dire “Non mi riguarda” , non puoi dire “Mi stai accusando”.

Ci sono donne che chiamo a rispondere di maschilismo e patriarcato. Non c’è mai stato bisogno di essere maschi per essere maschilisti. Poi è chiaro che chi si sente chiamato a dire “Da che parte stai?” cerca di far la Svizzera.

Chi mi dice “Se non faccio come te allora vuol dire che son colpevole?” SI, lo sei, perché davanti a un’ingiustizia non esiste la neutralità. O la combatti oppure la sostieni. O attivamente o col tuo silenzio ma tutti gli atteggiamenti che non siano di messa in discussione sono atteggiamenti di complicità, attivi o passivi.

Mi rendo conto che chi lo vive non gradisce sentirselo dire ma è esattamente così che va. Cioè se tu assisti ad uno stupro per strada e non intervieni puoi benissimo dire “Io non stavo stuprando” ma non sei intervenuto e guardavi.

L’esempio è forte ma è quello che avviene tutti i giorni nella comunicazione, nella pubblicità, nella musica, nella rappresentazione, nella differenza di salario.

Quando sento un uomo dire “Ma no, oggi le donne sono emancipate” mi vien da dire “Scusa, ma tu sei una donna? Da quale punto di vista femminile stai decidendo la mia emancipazione?” Evidentemente in Italia vale ancora la parola del molestatore. Non è la scusa di tutti? Quelli che ti mettono la mano sul sedere in autobus, quelli che ti fanno lo scherzo, che ti chiamano in un certo modo, che ti fischiano per strada. Ogni volta che tu ti arrabbi ti dicono “Eh, vabbè, non hai il senso dell’umorismo, sei esagerata, non sai prendere lo scherzo, ma fattela una risata”. Questo tipo di atteggiamento serve a dire sei tu che vuoi stabilire fino a dove ti puoi spingere invece devo essere io a dirti cosa puoi fare e cosa non puoi fare perché il corpo è mio, non è tuo. L’idea che tu possa scherzare col mio corpo implica che il mio corpo sia qualcosa che ti appartiene, che sia un tuo giocattolo. E con i giocattoli si gioca, si scherza, il giocattolo non si ribella.

Io non sono il tuo gioco.

C’è una parte di femminismo molto conservatrice. In Italia è molto forte. Me ne accorgo da tentativi contraddittori di portare avanti presunte battaglie femminili, per esempio l’arroganza di voler mettere al bando universale la gestazione per altri mettendo così in discussione quel fondamentale principio per cui l’utero era mio. Adesso com’è che tu mi vuoi spiegare cosa ci posso o non ci posso fare? Se è mio, è mio sempre. Credo che nella testa di molte donne ci sia questo pensiero: se la generatività è un potere, se i maschi lo vogliono allora sì, è un potere. E se è un potere non lo dobbiamo dare. Perché forse è l’unico che ci resta… Ecco, io non credo che quella partita sia destinata a vincere. Le donne sceglieranno sempre in libertà che piaccia o non piaccia al movimento organizzato femminista e lì nascerà un nuovo femminismo: l’idea che come abbiamo preteso la scelta quando volevano dirci che ruolo dovevamo assumere così continueremo a pretendere la scelta quando anche altre donne pretenderanno di spiegarci che donne dobbiamo essere.

Il fatto che serva ancora il movimento femminista è preoccupante. Mi spaventano le donne che non vorrebbero degli uomini al loro fianco. Quando facciamo le marce c’è sempre qualcuna che dice “Noi gli uomini non li vogliamo” . Credo però che da questa storia o ne usciamo tutti, uomini e donne, o non ne uscirà nessuno.

(Michela Murgia)

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