Verona, 14 agosto, ore 12.35, cimitero monumentale. 
Spunta dalla curva uno scooter rumoroso. Uno scarabeo panna, datato. Alla guida un ragazzo, casco nero, occhiali scuri, bermuda panna, canottiera nera attillata. E tatuaggi, tanti, troppi, sparpagliati sui muscoli delle braccia, sulla schiena, sul collo, sui polpacci.  
Sta seduto sul sellino in quel modo scomposto semi-inginocchiato, asimmetrico, che lo fa pendere un po’ da una parte. 
Io sono sul ciglio sinistro della strada, deserta. Sto discutendo sotto la pianta con un collega ma per un attimo mi blocco, ci blocchiamo, perché notiamo entrambi la mano destra del ragazzo staccarsi dal volante e, rapidamente,  scorrere in una sequenza ritmata

fronte-petto- spalla sinistra-spalla destra-labbra. 
Il segno della croce.

Guardo il collega, lui guarda me, e ci sentiamo due idioti perché, senza dircelo, avevamo inconsciamente etichettato il ragazzo tatuato sbragato a bordo dello scarabeo truccato. 

La bellezza del lasciarsi sorprendere e di chiedere silenziosamente scusa a chi, a differenza mia che passo davanti da sedici anni al cimitero monumentale di Verona almeno due volte al giorno, ha avuto il rispetto di farsi il segno della croce.
Cosa che io, per dire, non ho mai fatto.