Me lo ricordo, l’entusiasmo. Quando, di giorno, suonavano il campanello di casa e io correvo a vedere chi fosse. Era sempre un’amica di mia mamma, spesso la madre di qualche mio compagno di classe. O una vicina di casa, le mani occupate da borse di pane vecchio per le nostre galline e verdure del suo orto in eccesso.
Soprattutto in estate, quando ero a casa da scuola per lunghe, interminabili giornate. Niente campi estivi, niente grest in piscina, nessuna settimana sportiva, a quei tempi. Solo eterne mattine e infiniti pomeriggi, dove non arrivava mai sera. Il mio cane Rocky e la noia come migliori amici, suggeritori di mondi fantastici e travestimenti assurdi: io maestra, io commessa, io veterinaria, io segretaria, io postina. Con la mia macchina da scrivere portata a Natale da Santa Lucia, inventavo le ore, in attesa che qualcuno suonasse il campanello. 
Lì scattava la magia. Perché speravo sempre non andasse di fretta e si fermasse a bere il caffè.
Sapevo che, se beveva il caffè, il tempo di permanenza a casa nostra sarebbe stato maggiore. Nella mia percezione di bambina, la caffettiera impiegava un tempo lento, lungo, per fare il caffè. E in questi minuti interminabili, io sarei rimasta lì, nell’angolo, ad ascoltare la vita accadere fuori dalla corte di casa mia. Capivo poco, di quei discorsi quasi sempre su malattie incurabili, coppie scoppiate, figli in arrivo,  ma erano dei fuori programma che movimentavano la mia quotidianità. 
Sono passati decenni e il tempo di preparazione del caffè, oggi, è talmente breve che spesso non faccio in tempo a spegnerlo prima che esca  e sporchi il fornello. No, nessuna macchinetta con cialde, nessuna macchina per l’espresso. Solo e rigorosamente la moka.
Eppure oggi ci mette sempre troppo poco.