Io ci sono nata, in mezzo alla nebbia.  
Ricordo i lunghi inverni alle scuole elementari, quando suonava la campanella delle 16 e, a piedi, tornavo a casa. A dicembre soprattutto, prima delle vacanze di Natale, quando varcavo correndo il cancello ed era già penombra. E con lo sparire del sole -quando c’era- arrivava lei, la nebbia.
Camminare per la strada, sotto la luce gialla dei lampioni, circondata solo dalle sagome degli oggetti. Il profilo di una casa, il contorno di un tetto. Niente di definito, tutto nascosto dalla nebbia.
E poi le sere passate alle finestre, a gennaio, per vedere se scendeva la nebbia. “Dimmi se c’è nebbia, papà tra un po’ esce dalla fabbrica e deve tornare a casa, speriamo non sia troppo fitta”.
L’ansia che saliva e passava soltanto se la me bambina, dentro di sé, le parlava: “Ti prego nebbia, aspetta che papà sia a casa prima di scendere”.
O la domenica, quando si andava dalla nonna in una contrada di un paesino in piena campagna veronese. Fossi e canalette da entrambi i lati della strada. Pochissima segnaletica orizzontale. E la preoccupazione crescente di mia madre “Vai piano, Bruno, che non si vede niente” mentre mio padre guidava tranquillo lungo quella strada ormai famigliare.

A me piace, la nebbia. Ancora oggi. Perché rende tutto meno certo, meno definitivo, meno scontato. C’è da usare l’immaginazione, con la nebbia.
Non limitarsi a guardare ma cercare di vedere.
Si è costretti ad andare piano, con la nebbia.
Il mistero, poi. Perché più di tanto non ti fa vedere, e chissà cosa c’è oltre. Torno bambina, con la nebbia, alle ore lunghe, a Bim Bum Ban e la cioccolata calda.

Oggi la sera, quando la vedo salire dai campi, sorrido.
Cosa c’è di poetico nella nebbia? Non lo so, forse nulla. E mi piace forse proprio per quello.