Auguri, papà.

Al mio, questa volta. Che parla pochissimo e mi guarda, senza dire niente. Mi osserva a lungo e sta muto, a scrutarmi. Poi, quando si accorge che lo sto guardando anch’io, fa un’impercettibile smorfia con la bocca, quasi un sorriso. E guarda subito altrove.

Lui, che ha passato gran parte della sua vita al lavoro per permettere a me e a mio fratello di studiare.
Ultimo di dieci figli, nato già zio in una famiglia di contadini mezzadri, poco dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Una famiglia messa al muro con i fucili puntati dai tedeschi e dai fascisti, quella dei miei nonni. Di cui vado fiera, fierissima.
Ha iniziato a undici anni, a faticare, il mio babbo. A catena di montaggio. Faceva scarpe in una fabbrica, a una decina di chilometri da dove abitava.
Si svegliava quando ancora non era sorto il sole. Prendeva la sua bici e via, pedalata dopo pedalata, per le strade di ghiaia della campagna veronese. Partiva quasi due ore prima del suono della campana, il mio papà.
E quando, da adolescente, gli chiesi il perché partisse così presto, mi rispose: “Perché, se per caso lungo la strada avessi bucato, avevo tutto il tempo di arrivare anche a piedi, puntuale, al mio posto di lavoro”.
In quella fabbrica, papà, conobbe mia mamma. Operaia pure lei. Hanno fatto gli scioperi degli anni Settanta, mia mamma e mio papà, per ottenere tutti i diritti dei quali ora noi godiamo.
Settanta lunghissimi giorni ininterrotti, mi raccontano spesso.
E solo cinquecento lire in tasca. Mio fratello di pochi mesi.
Inverno, freddo, riscaldamento spento per risparmiare gas metano. Mangiavano pane e mortadella. Ma non sono mai entrati. E hanno vinto.

Qualche anno dopo sono nata anch’io e mamma è stata costretta a rimanere a casa, dove c’era anche la suocera -mia nonna, la mamma di mio papà- malata di parkinson, da accudire.
Tornava a casa la sera stanco, il mio papà, e io lo aspettavo sul divano bordeaux di similpelle, in cucina, dove appena finito di mangiare, mi prendeva tra le sue braccia e guardava la televisione con me. Mi chiamava “la me butìna”. E io mi sentivo una principessa.
Poi la fabbrica di scarpe con la sua infernale catena di montaggio ha chiuso. E papà è andato a fare il magazziniere notturno in una cella frigorifera. Lavorava dalle 22 alle 6 della mattina. In piena notte.
Sempre zitto, taciturno. Mai un lamento.
Tre giorni di malattia in 40 anni di lavoro, papà. Le ferie utilizzate per costruire il cancello di casa, rifare il tetto del primo piano, imbiancare di nuovo le stanze, coltivare l’orto. O per assistere mamma, durante le dure prove che la vita le ha fatto affrontare.

Ha affrontato dure prove pure papà. Il suo cuore ha fatto qualche scherzo, un po’ di tempo fa. Ma lui è una roccia. Una gran roccia.

Non parla tanto, papà. Ma nel silenzio dice tutto. Anche quando mi guarda zitto, alla mattina presto, quando parto per andare al lavoro.

Perché, tra noi, da sempre, non serve aggiungere altro.
Auguri, papà.