Stasera ho rivisto Francesco.
Passeggiava su un marciapiede con un cane a guinzaglio.
Più che altro, era il cane che portava a spasso lui.
E ho sorriso.

Francesco l’ho conosciuto per uno dei tanti colpi di testa che ogni tanto fanno le Serene che vivono in me.
C’è stato un periodo in cui alla mattina, all’alba, sulla stessa stretta strada, lo vedevo camminare a passo spedito.
Cappuccio infilato in testa, mani in tasca e via, dritto.
Pioggia, sole, caldo, freddo, estate, inverno.
La strada che percorro io alla mattina è un’arteria secondaria, senza marciapiedi nè da un lato nè dall’altro. In mezzo alla campagna.
Ogni giorno facevo quella curva, prima del rettilineo e controllavo a che altezza si trovasse quello strano ragazzo.
Quando non c’era, o io ero in ritardo o lui era passato in anticipo.

Un mattina, svoltata la curva, lo vidi in lontananza. Era là, col suo passo spedito. E mi passò qualcosa per la testa.
Controllai lo specchietto retrovisore. Nessuno.
Quando gli fui a fianco, rallentai. Tirai giù il finestrino e gli dissi: “Ciao, vuoi un passaggio?”
Lui prese paura. Mi guardò come se avessi voluto rapinarlo.
“Ma sul serio?” mi rispose.
“Sì, ma muoviti che sta per arrivare un’auto e intralciamo il traffico”.

Non se lo fece ripetere due volte: saltò su come se gli avessi detto che scappavamo alle Hawaii.
“Ciao, mi chiamo Francesco, ho più di trent’anni. Grazie. E tu chi sei?”
“Io sono Serena, ho più di trent’anni e mi chiedo dove vai, a piedi, tutte le mattina, di fretta”.
Francesco mi raccontò che era un tossico in via di recupero, ospite di una comunità di un paesino alla periferia di Verona. Che gli avevano ritirato la patente, perché beveva troppo, che non aveva i soldi per comprarsi una bici “l’ultima me l’ha rubata uno della comunità per comprarsi la roba, ma poi è stato espulso” e che aveva trovato un lavoretto, a 6 chilometri dall’alloggio: portava fuori i cani di una vecchia signora, alla mattina appena svegli, in pausa pranzo e alla sera.
“Vado da lei presto e poi aspetto mezzogiorno gironzolando. Tornare a casa a piedi diventa faticoso. L’ho fatto un paio di volte ma arrivo a sera stanco morto”.
Quella mattina lo lasciai nella piazza del paesino dove andava a fare il dog sitter :”Wow, Serena, sono pure in anticipo” mi disse salutandomi.
“Grazie del passaggio, non sai che regalo che mi hai fatto”.

L’ho rivisto in paio di volte, e tutte e due le volte mi sono fermata e gli ho dato un passaggio. Ho scoperto che era stato in galera e che non ci voleva tornare, che era figlio unico, che non vedeva né sentiva i suoi genitori da una vita, che a Verona si trovava bene ma non aveva amici. Che la signora lo trattava come un figlio e i cani erano gli unici che gli facevano le feste.

Poi è sparito. L’ho cercato a lungo, con gli occhi, facendo la curva, alla mattina, su quel rettilineo. Niente.
Chissà, forse aveva cambiato orario. O forse cambiato comunità. O forse boh. Poi ho smesso di cercarlo.

Stasera l’ho rivisto. Stava andando a piedi in quella piazza dove l’avevo lasciato l’ultima volta, ormai più di un anno fa. Si faceva trascinare dal cane.
E sorrideva, contento.
E io ho sorriso, contenta. Ma non mi sono fermata.

Domani, dopo la curva, chissà che non abbia di nuovo un compagno con cui condividere un pezzo di strada.

PS: Giovanni, lo so che ti devo chiamare. E stasera, quando ho rivisto Francesco, mi sei venuto in mente 🙂