Ho un debole per gli ossimori. Sono sempre stata incuriosita da tutto ciò che non rientra nella norma e dalle voci fuori dal coro.
Al Vinitaly quest’anno, tra gli stand, oltre a chi vendeva acqua c’era uno stand che mi incuriosiva moltissimo. La loro provocazione non è passata inosservata.
“No limits, no sommelier, no giornalisti, no drink” è il cartello che accoglieva i visitatori dell’azienda Marchesi di Montalto, nell’area D
della fiera. Il primo impatto con il loro angolo non mi ha lasciata indifferente. Come vedere in una macelleria appeso il motto “Qui non si vogliono carnivori” o in una scuola “Vietato entrare a chi ha voglia di studiare”.
Mi sono fermata. E ho subito sorriso. “Questi son matti”, ho pensato.
Li ho osservati muoversi per cinque minuti, prima di decidermi ad avvicinarmi. Mentre camminavo verso di loro pensavo: “Dico o non dico che sono una giornalista?”. Poi, dall’interno dello stand, si è voltato un ragazzo.
Mi ha fissata. E gli ho sorriso.
“Ciao, sono una giornalista” mi è uscito spontaneo. Io non ce la faccio a fingere. Alla parola giornalista, si sono girati tutti.
Così ho sfoderato me stessa. E la mia genuina curiosità.
“Mi spiegate, a titolo personale, il perché del cartello?”
Mi sembrava di essere una pecorella in mezzo a un branco di lupi che, guardinghi, mi studiavano… ma è durata pochissimo, questa sensazione.
La loro filosofia è solo apparentemente controcorrente:
“Abbiamo fatto una scelta di eccellenza”, mi ha spiegato
Gabriele Marchesi, titolare della cantina, “e i nostri prodotti meritano la giusta attenzione. Curiamo nei dettagli i nostri prodotti, non vogliano siano svenduti e per tutti. Il nostro motto è quello in testa al cartello, ‘No limits’. E, giusto perché siamo senza limiti, abbiamo tre eccezioni: non vogliamo i giornalisti perché in pochissimi sanno veramente ascoltare e narrare. Non vogliamo sommelier perché i veri professionisti del settore sono una minima percentuale visto che oggi, ahinoi, in molti si vantano di questa carica solo dopo appena tre lezioni serali in qualche associazione. E non vogliamo riempire il nostro spazio qui in Fiera di orde di persone che vengono solo a bere per il solo gusto di buttar giù qualcosa. Non siamo qui per sbicchierare, siamo qui per accogliere solo i veri esperti di settore”.
Ho sorriso.
Ribelli”, ho pensato subito.
Quelli che piacciono a me.
Ci si riconosce a pelle. Sempre. Si percepisce, dalla luce negli occhi, dal tono della voce, dall’uso delle parole, di che pasta si è fatti.
Vino ribelle, sarebbe il nome perfetto per questa cantina. Che fonda le radici in un passato glorioso di resistenza Oltrepò.
Ci vuole coraggio, ad andare contro corrente.
Che poi basterebbe sempre e solo essere se stessi.