Io mi innamoro della genuinità di chi crede nelle proprie passioni.
Di quelli che vivono di sole soddisfazioni personali e non di ciò che gli altri, a torto o a ragione, pensano di loro.
Resto affascinata da chi ha le idee chiare e capisce che l’unica cosa da fare, in questo soffio di vita, è seguire sempre e solo se stessi. Da chi le cose le fa senza cercare fama, anzi, la fama diventa un fardello che appesantisce.
E sempre in barba a chi attorno vorrebbe imporre un copione ben prestabilito. Il loro.

Ieri guardavo gli atleti del Trofeo Mezzalama  via via che arrivavano e che tagliavano il traguardo.

E, se non avessi saputo cos’avevano appena fatto, se non avessi visto con i miei occhi la loro impresa, non ci avrei mai creduto.
Sembravano degli alunni appena usciti da scuola, belli come il sole.
Invece avevano appena rischiato la loro pelle lassù, sulle creste tra il Cervino e Gressonay. Erano appena stati in balia, in alcuni tratti, di un vento a cento gradi a una temperatura di -20.
Avevano appena finito di faticare come io non sarei mai capace di fare.

Ho finalmente imparato a stare zitta, quando a cena ascolto chi dice, magari seduto al mio stesso tavolo, che gli alpinisti o chi parte per il mondo cercando di aprire nuove vie o di arrivare sulle cime più alte delle montagne, se la va a cercare.
La morte.
Che “partono con l’intento di ammazzarsi”.
Che “è una nuova forma di suicidio”.
Sto zitta, abbasso gli occhi sul mio piatto e sorrido.
E penso: “Povero te”.
Perché sì, è verissimo: se non sei un po’ pazzo, un po’ folle, un po’ fuori dalla norma, nemmeno ti passa per la mente di iniziare imprese così.
Ma non hai nemmeno il loro sorriso sulle labbra. Non hai nemmeno la loro luce negli occhi. Non hai nemmeno la consapevolezza di cosa sia una vera passione.

Non è una questione di chi ha torto e chi ha ragione.
E’ sempre e solo una questione di rispetto.
Per le scelte altrui.