Oggi mi abita un forte mal di testa. Gira indisturbato dalla scorsa notte, tra l’attaccatura della mia mandibola destra e la tempia sinistra, passando per la fronte, appena sopra gli occhi.
A volte, come ora, ha il passo pesante, quasi indossasse robusti scarponi antinfortunistici. Altre, invece, si percepisce a malapena, forse infila delle pattine. Ma la delicatezza dura poco -magra consolazione- perché torna in brevissimo a marciare pesantemente. Adora i cambi di ritmo, il bastardo, sento che da essi trae energia.

Il mio mal di testa è sfacciato. Quando decide di farmi visita, sgombera tutto quello che trova per installarsi, senza remore, in me. E così, se ne frega dell’ordine delle mie idee, se ne frega dell’apertura dei miei occhi. Arriva e mette a soqquadro tutto.
Butta i miei pensieri ordinati per terra, crea una confusione tale da non farmi trovare più né capo né coda a niente. Tutto è sempre nel mezzo. Discorsi senza inizio né fine, soltanto parole a metà. Concetti che girano a vuoto, impossibile capire da dove vengano e dove vadano.
Lì, un limbo che si morde la coda. A volte pigia così violentemente sulle tempie che gli occhi si stringono e tira smorfie contratte sul mio viso. Niente, della quiete che c’era prima, a lui nulla importa.
La luce duole, fa serrare le palpebre. Le grinze attorno agli occhi tengono chiusa la bocca. La voce si abbassa, diventa sofferta. Tutto mi fa ritrarre in me, come le corna di una lumaca al tocco delle dita.

L’unica cura è il tempo. L’attesa. Aspettare che la routine dei miei spazi limitati lo annoi e decida di uscire, di abbandonare quell’occupazione illegale. Il mio mal di testa è un abusivo che ama andare e venire, a suo piacere, in barba ad ogni sforzo di contenimento si possa attuare. Viaggia a bordo dei cambi di pressione, predilige il momento in cui le nuvole di pioggia cancellano il sole. Ecco, lì sì esprime al massimo.
Ora piove. Chissà che non si annoi a morte e decida di andarsene altrove.