Dalle porte della chiesa, ad un certo punto, sono uscite le note di “With or without you”. Io ero lì da circa quaranta minuti.
Il funerale di mio cugino Massimo -55 anni, una delle più giovani vittime del Coronavirus- si è svolto (giustamente) in forma strettamente privata. La moglie, i due figli, i suoi genitori e qualcun altro. Tra i banchi, quindici persone.

Fuori, ad aspettare l’urna con le sue ceneri , pochi altri parenti. Pensavo fossimo di più. Mio padre è il più piccolo di dieci fratelli e Massimo era il figlio di uno di loro, Fulgenzio, uscito in lacrime con la sua schiena piegata dagli anni di duro lavoro nei campi. Sua moglie, zia Luigina, singhiozzante, attaccata al braccio di Antonella, mia cugina, la figlia rimasta.

Nessun abbraccio, nessun bacio, nessuna stretta di mano, nessuna pacca sulle spalle. Tutti lì, a guardarci, increduli, senza saper che dire, ad almeno un metro di distanza. Solo un continuo incrocio di occhi, gli unici a sbucare a malapena dalle mascherine, gli unici liberi dalle costrizioni.

E’ sempre chi resta, a procurarmi commozione. Dev’essere surreale vedere il proprio marito-padre-figlio salire su un’ambulanza e tornare a casa dentro un’urna. Nessun saluto, nessuna ultima telefonata. Nessuna lacrima sul suo cadavere, nessuna carezza sul suo corpo freddo. Nessuna processione come si deve. Solo un’atmosfera surreale.

A cantargli With or without you al suo funerale c’erano Alessandro e Nicola. I due figli con i quali condivideva la passione per la musica.
ACDC su tutti anche se, per salutarlo, hanno scelto gli U2.

Sono sicura che nel ritornello, Massimo, nascosto da qualche parte, ha sorriso, tronfio di orgoglio per quello che ha lasciato qui.
Orgoglioso del sorriso che mi ha regalato suo figlio Nicola quando, a bordo della sua auto, ben saldo al volante, ha tirato giù il finestrino per salutarmi.

Era senza mascherina. Faccia pulita, sguardo deciso, occhi trasparenti.
Vanne orgoglioso Massimo, vanne orgoglioso.